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Più dura e nascosta anima

Della più assidua pena,
della miseria più dura e nascosta,
anima, noi oggi faremo un poema.

Ripenso spesso a quella scena di Camere separate in cui Pier Vittorio Tondelli va al funerale del suo amato, attraversa a piedi le strade della sua città natale, e pensa: perché sono qui? Dentro una chiesa gremita di persone che erano madri, zie, amici d’infanzia, paesani, compagni di scuola… a che titolo quest’uomo che sono io siede accanto a loro sulle panche di legno, si alza con loro gomito a gomito, scambia con loro un segno di pace e ascolta i lamenti e il pianto di un padre che seppellisce suo figlio? Come si fa, Pier Vittorio, a soffrire senza titoli?

Un giorno ho pensato di comprare la vecchia Libreria Saba. Il libraio era ancora lo stesso, il figlio di “Carletto” Cerne, l’apprendista di Umberto Saba. Ormai era un vecchio triestino, tale e quale a tutti i vecchi triestini: ruvido, scuro, un uomo del mare che per mare non ci è mai andato, ma sembra che il vento che soffia uguale per mare e sulla terraferma in questa città spazzi via le espressioni dolci dal volto di tutti quanti. Avrebbe venduto la libreria? Non lo so, non ho avuto il coraggio di chiederglielo. Certo non credo che l’avrebbe venuta a me.

Mia madre stava a Trieste a fare l’università, abitava lì dopo che io ero nata. C’erano altri a occuparsi di me, Trieste non era il posto in cui potessi stare, e non era il posto da cui lei potesse tornare. Ho dovuto arrivare a cinque o sei anni perché provasse, per un’estate, a portarmi. Mi ricordo che odiavo le strade in salita, lo sporco sui marciapiedi, gli altri bambini che parlavano un dialetto ostinatissimo, che capivo ma non sapevo imitare. Mi ricordo molti parchi, Miramare, e l’oratorio in cui imparavo a pattinare da sola.

Mia madre affittava un appartamento ai piani più alti di un vecchio palazzo senza l’ascensore. Cambiò casa anche, ma questo rimase. C’erano sempre tantissime scale, cucine fredde, pavimenti di legno che scricchiolavano a ogni passo. Mia madre racconta che sua sorella veniva spesso a prendermi all’oratorio, ma non me lo ricordo. In compenso mi ricordo il giorno in cui mia madre si laureò.

C’era stata la discussione al mattino, dopo una lunga attesa. La sala del dipartimento di medicina sembrava enorme, grigia, con le file di seggiole in leggera pendenza come un auditorium. Mia mamma era altissima, vestita tutta di nero, e la corona di alloro che le avevano portato era gigantesca, e al posto che in testa andava indossata intorno alle spalle, come uno scialle. Poi mi ricordo una festa, la sera stessa. La lunga tavolata in un locale con le panche e il soffitti di legno; persone che non avevo mai visto né mai più avrei rivisto cantavano a squarciagola: “Dottore, dottore…” – che però in dialetto suona leggermente diversa. Anni dopo ha avuto la sensazione che quel locale si trovasse vicino a piazza Ponte Rosso: me la ricordo di notte, con l’acqua del canale leggermente mossa, illuminata dai lampioni sui marciapiedi alle due sponde.

Il primo vero viaggio a Trieste è stato molto breve: un solo giorno nel 2014. Ero in quarta liceo, e la mia scuola partecipava ogni anno ai giochi della scienza. Quell’anno mi ero trovata, con mia stessa sorpresa, candidata alle regionali di biologia. Non ho mai avuto alcun interesse per la biologia, se si eccettua il fatto che da piccola avevo guardato tutte le cassette di Esplorando il corpo umano. Avevo però interesse per il mio compagno di classe, candidato insieme a me.

Quindi siamo partiti per andare ai giochi della scienza: un treno, un autobus, e su a piedi fino al liceo Galilei. Mi ricordo una strada stretta in salita, con casette diroccate da entrambi i lati; in qualche punto la vegetazione secca lasciava scorgere il mare dall’altra parte, un mare blu intenso. La professoressa aveva fretta, ma a un certo punto lui si fermò, il mio compagno, davanti a un muro grezzo, piuttosto alto; in cima erano stati incastrati dei pezzi di vetro di un brillante verde e un profondo marrone, vetri spessi, quasi criminosi. Lui guardò il muro, e poi disse a memoria alcuni versi di Montale, che volevano essere questi:

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Questa scena del muro sembrava già il punto basso del poema. Anni dopo ne ho trovata un’altra, molto più veritiera, nella prima pagina de La città interiore di Mauro Covacich. È finita la Seconda guerra mondiale, Trieste sta scivolando nel controllo Alleato, e il padre di Mauro Covacich, che qui è ancora un bambino, abita le sue macerie.

Il bambino cammina sui vetri in frantumi. Finestre, bottiglie, un tappeto croccante, pieno di luce, sul quale le sue grosse scarpe avanzano a passo di marcia. Ha sette anni, regge una sedia rovesciata in testa e sorride al mondo. È quella scintilla negli occhi a essersi conquistata la prima pagina.

Allora questo diventa l’incipit. Di qui in poi la Storia, per quanto possibile, la conosciamo. Trieste, insieme a un pezzo d’Istria, entra a far parte del Territorio Libero di Trieste che, lungi dall’essere libero, fu in realtà sottoposto a un governo militare permanete da parte degli Alleati a nord, e a Tito a sud. La questione dell’italianità della città fu sollevata e repressa nel 1953: 6 morti. Comunque era di interesse generale, insieme all’anticomunismo, tanto che il giallista torinese Giorgio Scerbanenco, che allora scriveva per Novella, pubblicò a puntate un romanzo nel suo stile ambientato proprio nei palazzi politici militari alleati, che si intitola Appuntamento a Trieste.

Il romanzo di Scerbanenco è importante nella storia, perché in una riedizione del 2019 che ho trovato per caso in una libreria indipendente di Pordenone, la copertina illustrata da Manuele Fior raffigura le sagome di un uomo e una donna contro lo sfondo di una oscura Piazza Unità d’Italia (che al tempo della vicenda raccontata si chiamava solo Piazza Unità). Quella copertina mi ha fatto tornare in mente un altro episodio.

Ero seduta a gambe incrociate su un panca di marmo gelido in Piazza Unità d’Italia, sotto il monumento. C’erano bambini che giocavano e correvano tutto intorno nella piazza, molti avevano ancora il dialetto ostinato dei bambini dell’oratorio. Era pieno inverno, ma Piazza Unità è così larga che entrava comunque qualche raggio inclinato di sole. C’era una strana calma. Guardavo lontano davanti a me, intravedevo (o immaginavo di vedere) il molo Audace disteso sul mare scuro. Sedevo senza parlare, ma con la netta sensazione di sedere al centro di qualcosa. Di cosa, non saprei dirlo. Riguarda il senso di casa? Ci ho pensato. Scerbanenco per esempio lo fa dire al suo protagonista statunitense:

Ci sono dei posti nel mondo dove uno si sente più a casa che a casa sua, nella sua patria. Per me qui era la mia casa; la prima volta che ho attraversato Trieste con la jeep l’ho pensato, ho fermato la macchina, ero davanti a una cartoleria…

Ho ancora una fotografia di quel giorno. Quella foto e queste parole sono l’unica cosa che lo mantiene saldo nella mia memoria, altrimenti sarebbe scivolato via da un pezzo. Invece dei ricordi, di Trieste mantengo le fantasie, le immagini che non ho visto perché non sono mai esistite. Per esempio quella dell’università.

Ho scoperto l’università quando ho deciso di andarci. Ma deciso non è la parola giusta: l’ho visualizzato. Circa un anno dopo l’episodio del muro, quel ragazzo e io eravamo già una cosa bell’e fatta. Siamo tornati a Trieste per visitare l’università: in alto sulla montagna, con tantissimi gradini e la facciata imponentissima, una architettura fascista. Dentro, larghe scalinate a chiocciola di marmo scuro, le aule vecchie con i banchi di legno e gente che sa quel che fa.

Quel giorno, mentre prendevamo l’autobus, ho scoperto che avevo lasciato a Trieste una casa. Una casa che non avevo ancora avuto, con alte finestre aperte in primavera su un viale affollato e lunghe tende banche e leggerissime che si gonfiavano e volavano nel salotto, una casa con pochissimi mobili ma con uno stereo a cd e un profumo particolare, con la sensazione di essere innamorati della vita. Non è stata immaginazione: ancora oggi ha la stessa consistenza di un ricordo, ma di un ricordo del futuro. Che fosse una linea possibile, una storia, un richiamo, non so. Non mi sono mai iscritta a quell’università, ma la casa è ancora lì. Forse è nostalgia di quello che avrebbe potuto essere, una nostalgia da difendere, perché basta il vento a farla scivolare via.

L’altra strada, quella che ho scelto, mi ha riportata lì diversi anni dopo, insieme a due amici che ci ho incontrato in quell’altra città del sogno: Milano. Abbiamo parcheggiato in fondo alla gradinata e, senza salire fino in cima, abbiamo guardato l’università da sotto, e poi ci siamo girati e abbiamo guardato oltre la vegetazione, il mare in fondo alla montagna. Era stato un aut-aut: se allora l’avessi scelta non li avrei incontrati. Devo ammettere che era dolce essere lì con loro due, però non c’era sintesi possibile.

Poi quel giorno siamo scesi in città. Io mi ero già trasferita a Torino e vedevo i miei amici di rado. Peraltro, il loro rapporto aveva già iniziato a incrinarsi, e sapevo che sarebbe durato poco. Camminando per il centro si lanciavano frecciatine, qualche momento si incupivano. Avevo deciso che sarei andata a vedere una vecchia libreria in via San Nicolò di cui avevo tanto sentito parlare.

Una strana bottega d’antiquario
s’apre, a Trieste, in una via secreta.
D’antiche legature un oro vario
l’occhio per gli scaffali errante allieta.

Vive in quell’aria tranquillo un poeta.
Dei morti in quel vivente lapidario
la sua opera compie, onesta e lieta,
d’Amor pensoso, ignoto e solitario.

Umberto Saba l’aveva comprata quasi per scherzo nel 1919, come investimento, e poi era andata a finire che ci si era affezionato e aveva lavorato lì per tutti gli anni che gli restavano, insieme a “Carletto” Cerne. Suo figlio Mario era un uomo di una certa età, tempestoso come tutti i triestini, riservato, un po’ stufo. Mi raccontò la storia della libreria e un po’ delle curiosità che proponeva ai turisti. Ci lasciò gironzolare nell’unica stanza accessibile, in mezzo ai volumi antichi, sbiaditi, scritti in molte lingue. È lì che la mia mente ha costruito l’immagine di quel tranquillo poeta, che lavorava e leggeva, e poi tornava a casa camminando sulla montagna, fermandosi a prendere fiato e guardare lontano. Anche lui aveva il carattere dei triestini, infastiditi da tutto e tutti, vogliono essere lasciati soli con il loro dolore.

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via

scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa

un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Mi ricordo ancora una canzone che metteva mia mamma in macchina, mentre guidava sulla strada costiera per Trieste. Una strada piena di scorci improvvisi sul mare, piena di curve, una strada difficile. Mi ricordo questa canzone di Sergio Cammariere, che dice: “Viva l’Italia, paese dell’arte, viva i suoi artisti tenuti in disparte.”

Eccolo, è lui il poeta di cui evito lo sguardo, scontrosa grazia; ecco da chi difendo la liceità della mia nostalgia. Ma la nostalgia te la devi meritare. Come si fa, Pier Vittorio, a soffrire senza titoli?


Note

Mentre ricordavo i miei momenti ho saccheggiato da:

  • Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto
  • Mauro Covacich, La città interiore, La nave di Teseo, 2017
  • Giorgio Scerbanenco, Appuntamento a Trieste, La nave di Teseo, 2019
  • Umberto Saba, Autobiografia, n.15
  • Umberto Saba, Trieste in “Trieste e una donna”, Einaudi, 2014

L’ultima modifica a questo testo è dell’ottobre 2025.

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